Plovdiv, l’altra capitale della cultura

«A mettere in fila tutte le nonne delle mie nonne si otterrebbe una vera ridda di matriarche che, tenendosi per mano, raggiungerebbero l’orizzonte dietro l’orizzonte fino a formare, nel corso dei decenni e dei secoli, un sentiero genealogico in grado di attraversare l’intera Europa – dalle sponde del fiume Tago, presso Toledo, fino al capo opposto del continente, dove le acque della Maritza bagnano le mura di Plovdiv» (Angel Wagenstein, Abramo l’ubriacone)

Chissà quanti Materani sanno che la loro splendida città non è la sola Capitale della Cultura Europea? Non molti credo, infatti dall’altra parte dei Balcani, lungo la Marìtsa, il fiume Euros dei Greci antichi, vive e si trasforma da 2400 anni Philippopolis, oggi conosciuta con il nome di Plovdiv, eletta al pari di Matera capitale 2019 della nostra Europa così bella e diversificata. Come lo scorso anno a Salonicco, le storie di questo luogo mi coinvolgono e mi emozionano: anche questa città, per secoli, è stata il rifugio di popolazioni perseguitate dai corsi e ricorsi storici, meta finale di tanti ebrei sefarditi fuggiti dalla penisola iberica alla fine del ‘400 tanto da trasformarla, qui in mezzo a lande slave, in un centro andaluso dove lo spagnolo giudaico, il judezmo, era diventato la prima lingua parlata tra le sue strade. Ma Plovdiv è stata generosa anche con i tanti Armeni scampati agli eccidi anatolici, e con i Greci fuggiti dai vergognosi scambi etnici dell’Asia Minore e del Ponto durante l’era Atatürk. Questa meravigliosa mescolanza culturale, che si completava con la presenza turca musulmana e quella autoctona slava, generò per lungo tempo un centro unico per convivenza raziale e tolleranza religiosa. Il tutto benedetto dalla lunga storia della città più antica, quando anche Philippopolis era parte della grande koinè ellenistica generata dal coraggio e la follia del giovane Alessandro. Per questo motivo Plovdiv, a pieno titolo, può essere considerata come una delle nostre capitali della cultura.

I resti dell’antica Plovdiv, quelli di Philippopolis ma soprattutto quelli di Colonia Ulpia Traiana, quando Roma non tardò ad annettersi tutto questo territorio fondamentale per il transito delle legioni verso il Mar Nero e l’Asia, emergono ovunque in città. I cantieri sostenuti dai fondi europei sono ancora in pieno fermento e la via pedonale è tutta rimessa a nuovo; i resti del Foro e di uno stadio grande come quello di Domiziano sotto piazza Navona stupiscono per monumentalità. Sopra l’acropoli, alla greca, un teatro bianco e assolato è veramente bello e panoramico. Tra i vicoli e le piazzette dell’antica cittadella, a partire dal XVI secolo sotto il controllo della Sublime Porta di palazzo Topkapi a Istanbul, si sviluppò per secoli questa città multiculturale azzerata poi molto in fretta dai nazionalismi che si diffusero su tutti i territori dell’ex impero ottomano.

In Bulgaria un severo regime comunista, che durò molto a lungo, anche negli anni in cui noi invece ci dedicavamo alle gioie dell’edonismo reaganiano, ha agito per ridimensionare e livellare ogni diversità culturale, bulgarizzata in nome di una presunta egemonia slava decisamente antistorica. E così le etnie turche, un tempo predominanti, divennero prima minoranza e poi furono eliminate dalle anagrafi con un colpo di alta burocrazia che obbligò a tutti di acquisire un nome bulgaro abbandonando quello originale ritenuto non più consono; gli Armeni, soprattutto quelli più ricchi e borghesi, vennero giudicati nemici del Sistema e ostracizzati e molti Ebrei, per lo stesso motivo, si trasferirono col tempo nel nuovo stato di Israele completando quell’incredibile viaggio che era cominciato nella terra di Palestina, più di un millennio prima, con l’invasione degli Omayyadi di Damasco. Della Plovdiv multiculturale raccontata da Angel Wagenstein nel bellissimo libro “Lontano da Toledo” (tradotto in italiano con il titolo molto meno evocativo di “Abramo l’ubriacone”) non resta quasi nulla: scomparse le decine di sinagoghe e moschee, i bagni turchi frequentati a giorni sfalsati da tutte le etnie della città, scomparse le osterie in cui gli avventori di ogni confessione e provenienza condividevano il magico momento, tutto maschile, della comune bevuta della rakìja.

Passeggio per la cittadella e la guardo attraverso gli occhi di Wagenstein bambino, quando con la piccola armena Araxi, il primo amore, marinava la scuola per andare a nuotare tra le acque pulite della Marìtsa mentre intanto il corso della storia cambiava inesorabilmente la città e i suoi abitanti.

Continua…