Dioniso vive ancora tra i Monti Rodòpi

«Baccanti, andate, Baccanti, andate, con la ricchezza e il fasto dell’oro che scorre nell’acque …, al suono profondo dei timpani levate il canto a Dioniso, date voce alla gioia in onore del dio della gioia, coi gridi e gli appelli di Frigia, quando il flauto sonoro freme sacro di note sacre, compagne giocose al passo delle Menadi disfrenate che corrono al monte, al monte» (Euripide, Le Baccanti)

La Bulgaria è ampia solo un terzo dell’Italia ma è abitata da meno di sette milioni di abitanti, uno e mezzo solo nella capitale, a Sofia. Durante il viaggio percepisco sempre più il piacere fisico di attraversare spazi naturali aperti, privi di quella invadente presenza umana che caratterizza oramai il nostro territorio, ovunque. Questo paese tutto da scoprire è diviso a metà dalla catena montuosa dei Balcani: a nord si distende la vasta pianura che raggiunge il Danubio, confine naturale con l’antica Dacia, e a sud corre la pianura del fiume Marìtsa, il cuore del territorio dei Traci e della tribù degli Odrisi che risale, sul versante opposto, sui Monti Rodòpi dalle vette più alte e scoscese che si inoltrano nella Grecia settentrionale.

La bellezza di queste montagne arcaiche costellate da fitti boschi e piccoli villaggi ha attirato in anni recenti l’attenzione di un manipolo di intellettuali di Sofia che qui hanno intravisto la possibilità di recuperare i valori di una vita più sana perché condotta secondo i ritmi della natura. Uno di questi è lo scrittore Georgi Danailov che in un libro di piacevole lettura (= La casa alla fine del mondo) ci racconta questa fuga dalla città e dai vuoti esistenziali che produce, alla ricerca di un luogo dello spirito che egli identifica in un ineffabile villaggio sperduto sui monti Rodòpi e in una casa in particolare, ritenuta bella perché custode di una lunga storia e totalmente anticonvenzionale rispetto agli omologati stilemi abitativi imposti in città dal Regime. Gli spunti ironici dell’autore nel descrivere l’assurdità dell’incontro stupito tra gli anziani abitanti di un villaggio che si è sempre mosso in modo impercettibile attraverso i tempi della storia, e questo gruppo di intellettuali provenienti dalla capitale, perseguitati anche qui sui monti dall’impazienza e da inutili frenesie, si alternano a pagine di considerazioni personali sulla Bulgaria contemporanea e sulle cose della vita. Il viver lento che stimola la riflessione e la ricerca del confronto nelle relazioni umane sembra essere per Danailov l’ingrediente più importante per provare a risollevare la qualità di una vita oggi troppo veloce, individualista e scollata da madre natura.

Il nostro pullman rosso fiammante si muove tranquillo lungo la bella strada panoramica che attraversa boschi e vallate. Ogni tanto incrociamo piccoli villaggi dove campeggia sempre una moschea non troppo vistosa con un minareto decisamente meno svettante rispetto a quello che abbiamo conosciuto in altri paesi islamici, un indizio di una presenza timida e ritirata dei Turchi musulmani che da tempo si sono raggruppati su queste montagne. Stiamo viaggiando per raggiungere un sito archeologico che in Bulgaria è unico nel suo genere e che ci dicono essere spettacolare per importanza e paesaggio, la città santuario di Perperikon. Dal 2000 l’archeologo Nikolay Ovcharov sta esplorando questo antico insediamento al quale ha attribuito una forte accezione sacra legata al culto di Dioniso. Non è un caso che il mito di questa controversa divinità associata all’istinto passionale, alle pulsioni vitali, all’abbandono dimentico, sia originario di queste terre: figlio della mortale Semele, Dioniso è il pyrìgenos, colui che è nato folgorato dal fuoco prodotto dal fulmine del padre Zeus. Perperikon è la deformazione lessicale del greco Hyperperàkion, il luogo dove risiedeva l’hyperpyros, l’altare del fuoco a lui dedicato. Questa ipotesi è veramente suggestiva, la natura che mi circonda è proprio quella decritta dal mito dove le baccanti, invasate seguaci, celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste.

La salita alla vetta del santuario in certi punti è impervia, la via sacra scavata nella roccia viva che sale sconnessa verso la cima mi accende la memoria di altri luoghi simili che ho attraversato in oriente dove il dio è sempre evocato sulle alture. Giunto in cima l’incanto è forte, non mi interessa più di tanto sapere il come e il quando dei resti archeologici su cui cammino, penso a Dioniso e al suo corteo inebriato dal vino e dalle danze ritmiche scandite dai tamburi, dai cembali, dalle zampogne. Gli occhi sono riempiti dal panorama che mi circonda, respiro un’aria tersa, la luce è quella calda e rasserenante di un tardo pomeriggio di settembre.

Fine.