Ma cosa c’entra Pompei con l’isola di Santorini? Ce lo spiega una bella mostra presentata questo autunno alle Scuderie del Quirinale. Le conseguenze di un’immane eruzione vulcanica può cancellare la vita di un’intera città in poche ore ma nello stesso tempo può anche conservare per sempre la sua memoria storica. È proprio quello che è successo a Pompei, e agli altri centri limitrofi come Ercolano, che tutti noi conosciamo bene, ma anche a una città molto più antica che sorgeva nel mare Egeo in una delle tante isole dell’arcipelago delle Cicladi, distrutta allo stesso modo da un’eruzione vulcanica nel lontano 1613 a.C.

I tanti turisti che affollano in massa i vicoli dei pittoreschi centri di Firà e Oia nell’isola di Santorini, rapiti dall’incredibile panorama di una grande palla solare che al tramonto si getta infuocata nel mare Egeo, non hanno forse la completa percezione di trovarsi sopra uno dei vulcani più pericolosi della terra. Difatti l’esplosione del 1613 a.C. è stata la seconda più devastante di sempre nella storia dell’umanità che scatenò reazioni climatiche globali come un lungo inverno vulcanico, oscuramento del sole e brusco abbassamento della temperatura. Santorini è in pratica un’isola mutante, un enorme vulcano sottomarino che 650mila anni fa iniziò a svolgere attività eruttive sempre più violente, e che è ancora completamente attivo.

Nella primavera dell’anno 1613 quest’isola dal nome a noi sconosciuto – Santorini è il nome moderno attribuito dai Veneziani in onore di Santa Irene – era abitata da una popolazione che proprio grazie al vulcano ci ha lasciato testimonianze di una civiltà elevatissima, dallo splendore e dall’agiatezza sociale fuori dal comune, tanto da essere identificata da alcuni studiosi più creativi come l’Atlantide scomparsa. Solo nel 1967 del secolo scorso l’archeologo greco Spyridon Marinatos iniziò a scavare lo spesso strato di cenere, pomice e roccia vulcanica che aveva ricoperto l’isola, in certi punti alto fino a 60 metri, nel sito di Akrotiri: ne emersero i sorprendenti resti di una civiltà cicladica molto simile a quella minoica contemporanea che, esattamente come quella cretese, ci ha lasciato le tracce di una società molto raffinata, dedita al commercio marittimo e capace di esprimersi attraverso forme artistiche assai elevate, come le straordinarie pitture policrome che decoravano tutti gli edifici sin qui rinvenuti.

Visitare il sito archeologico di Akrotiri a Santorini da veramente una grande emozione, significa attraversare antiche strade e piazze circondate da abitazioni alte diversi piani che evocano le tracce di una vita intensa e vivace come poteva essere quella di una città di mare, ricca, colorata, gioiosa e significa anche pensare al suo estremo sacrificio per opera di Madre Natura che, in un modo così eclatante apparentemente distruttivo, ci ha voluto conservare come in uno scrigno tutta la bellezza di un’antica società umana oramai scomparsa.

Ecco cosa c’entra Pompei con l’Isola di Santorini.