Sardegna quasi un continente, non è solo una suggestione letteraria, nata dall’omonima opera di Marcello Serra apparsa nel 1960, ma è anche una realtà storica, geografica e geologica: La Sardegna, infatti, non è altro che un piccolo frammento della Tirrenide, il vasto continente naufragato probabilmente durante i cataclismi dell’Era Terziaria. Con una visione piuttosto egocentrica di una certa specialità, che contraddistingue noi Sardi, mi piace dire che la Sardegna è un continente in proporzioni ridotte! La nostra isola, infatti conserva condensate le proprietà e la natura variegata della Tirrenide ormai sommersa, proiettate nella fisionomia delle sue coste e nell’articolazione del suo territorio interno.
La struttura geologica della Sardegna è decisamente complessa, il fuoco dei vulcani e le convulsioni millenarie della crosta terrestre hanno generato un’incredibile esuberanza petrografica. Tutte le quattro principali ere geologiche hanno lasciato tracce evidenti del loro passaggio: porfidi e graniti del Paleozoico, calcari, arenarie e marne del Mesozoico, basalti e trachiti nel Terziario, terre alluvionali e dune di sabbia nel Quaternario. La Sardegna ha un cuore di pietra.
La ricchezza geologica e petrografica ha generato una grande varietà di aspetti, di colori, di panorami, che caratterizzano il paesaggio sardo e che appare plasmato ottenendo gli effetti più estrosi, tali da rendere la Sardegna simile solo a se stessa. Perciò quando nella penisola del Sinis si apre allo sguardo del viaggiatore uno scorcio sulle dune di sabbia che può risvegliare l’immagine dei deserti africani, l’esplosione improvvisa di cespugli di cisti, lentischi e mirto scaccia subito questo ricordo esotico e riafferma con forza la presenza della Sardegna. Ugualmente, osservando i paesaggi sconfinati della pianura del Campidano, gialli di grano e di rocce infuocate dal sole molti hanno l’impressione di trovarsi davanti a certi panorami già visti in Anatolia o nella Macedonia storica, ma subito le increspature e i colori inconfondibilmente sardi degli acrocori vulcanici contraddicono questa suggestione. In Ogliastra i toneri o “tacchi” di sasso rievocano a prima vista gli speroni di roccia e i canyon del Texas, ma anche qui la macchia selvatica, particolarmente densa su queste alture, esclude subito l’immagine di questo paese straniero. “La Sardegna che non assomiglia a nessun luogo” come sentenziò D. H. Lawrence che visitò l’isola agli inizi del secolo scorso.
La complessità geologica giustifica anche l’incidenza che le pietre hanno sempre avuto nella storia e nella civiltà della Sardegna, che sembra indissolubilmente legata ad un destino “petroso”, fin dalle origini. La stessa leggenda sarda che racconta la nascita dell’isola sottolinea questo ruolo preponderante delle rocce. Noi Sardi amiamo raccontare che un Dio plasmò la nostra isola con tutte le membra di sasso, perché avendola creata per ultima, nella foga della creazione gli era avanzato soltanto un mucchio di granito e di pietre. Il creatore depose le rocce in mezzo al mare, le compresse con il suo piede fasciato in un sandalo di fuoco e lasciò la sua impronta eterna e indelebile sull’isola, che da qui prese il suo nome antico: Ichnussa. A questo punto però pare che il Divino Artefice abbia avuto un attimo di perplessità: che fare di quel mucchio di pietre che affiorava in mezzo al mare come uno scoglio inerte e che non avrebbe saputo generare neanche un filo d’erba? Così il Dio cominciò a togliere con cura dagli altri continenti e dalle terre che aveva già forgiato quello che mancava all’isola di pietra: foreste di roveri, pianure di viti e di spighe, pascoli per le mandrie, fiumi e torrenti, dune di sabbia con stagni pescosi, insenature orlate di palme e tamerici e baie propizie ai naviganti. Dopo aver riversato e distribuito sapientemente su Ichnussa quello che aveva tolto agli altri paesi (persino una spruzzata di neve sulla cima più alta!), si racconta che il Dio contemplò compiaciuto la sua opera e vide che l’isola di pietra si era trasformata in una terra multiforme, così ricca di colori, di cadenze e di prospettive da sembrare quasi un continente.
Per noi Sardi la pietra è anche il principale luogo simbolico della memoria, dato che in pietra sono i segni più evidenti di una storia antichissima che non ne ha lasciati visibili molti altri. I nuraghi sono certamente la più diffusa e nota caratteristica del paesaggio di pietra sardo, tanto che nei racconti degli anziani si narra di un tempo in cui da ogni nuraghe se ne vedevano sempre altri due, particolare che supporta l’ipotesi alla teoria della catena difensiva. L’ipotesi è ormai inverificabile in quanto molte torri nuragiche sono andate distrutte o comunque seriamente compromesse per essere trasformate in un altro elemento caratterizzante la nostra isola: i muretti a secco. Arrivando in volo in Sardegna è impossibile non notare l’irregolare impianto a maglie sgranate dei muretti a secco che imbriglia gran parte del territorio. Tutto ciò è frutto della famigerata legge “delle chiudende” che nel 1820 introdusse bruscamente la proprietà privata della terra, che fino all’epoca era estranea alla cultura sarda. Prima di allora infatti la gestione della terra era regolata in maniera collettiva e geniale dalle norme codificate nella Carta de Logu, promulgata nel 1400 dalla giudicessa Eleonora d’Arborea: ogni villaggio aveva un territorio proprio, su fundamentu, suddiviso in due parti entrambe proprietà della collettività, su cui saggiamente si ruotavano anno per anno pascolo e semina. Il governo sabaudo, nel tentativo di creare una nuova classe borghese-contadina sarda, cancellò il principio e il sistema della proprietà collettiva della terra e decretò che sarebbe stato sufficiente delimitare in qualche modo un pezzo di terra per diventarne automaticamente legittimi proprietari. Ciò dette il via ad una folle “corsa al muretto” che generò un frazionamento assurdo del territorio in piccoli fazzoletti di terra, destinati a rimpicciolirsi ulteriormente nelle successioni ereditarie e a isterilirsi per la privazione del sistema di rotazione di semina e pascolo. Inoltre i contadini, nella foga di impossessarsi dei terreni, realizzarono i muretti a secco dei confini per lo più con massi e pietre sottratti ai nuraghi, tanto che i muretti, una volta che si è fatto l’occhio alla loro fattura rudimentale, appaiono come una sorta di caricatura delle stesse fortificazioni nuragiche, non solo per la provenienza dei materiali, ma anche per la rozza imitazione della tipica realizzazione a incastro.
La Sardegna ha un cuore di pietra: la pietra è stata eletta portatrice di memoria e questa sua elezione è tanto radicata nell’isola che nella mia regione storica, il Campidano, un tempo per ricordarsi di fare qualcosa di importante non si faceva un nodo al fazzoletto, come magari altrove, ma si usava mettere un piccolo sasso in tasca: sa pedra de sa memoria, la pietra della memoria.