Solo un braccio di mare divide l’isola di Corfù dalla costa. Una linea blu e abbastanza stretta ma sufficiente a determinare i destini di una terra e la vita di generazioni di uomini. Dalla magnifica terrazza del giardino dell’imperatrice Sissi, quell’Achilleion concepito come tributo alla classicità con un gusto talvolta al limite dell’eccessivo, osservo lontane le montagne brulle dell’Epiro albanese che avevo scavalcato solo pochi giorni prima. Quella regione impervia, cerniera geografica tra i Balcani e le pianure fertili di Tessaglia e Macedonia, ha vissuto per cinquecento anni, mezzo millennio, nell’immenso crogiuolo etnico e culturale del Grande Impero, sotto il controllo della Sublime Porta di Topkapi fino al 1913. E allora accade che dei confini moderni, mai troppo accettati e ancora contesi tra le diverse etnie della regione, dividano oggi in modo inopportuno le terre di lingua greca, da sempre coese attorno alla forte identità della chiesa cristiana ortodossa, da quelle di lingua albanese, prima convertite all’Islam dall’invasore ottomano e poi indirizzate all’ateismo dall’ideologia comunista postbellica.
Viaggiare per queste terre è simile a ciò che si prova quando si attraversa l’Anatolia: da Giannina, capoluogo dell’Epiro greco, sono infinitamente distanti le casette bianche dei villaggi delle isole Cicladi; il susseguirsi serrato di botteghe, caffè, venditori di kebab fittamente distribuiti lungo le vie principali del centro fanno affiorare netti i ricordi di passate passeggiate ad Ankara o nel nord della Siria. Molto più di Pirro, il mitico sovrano che sfidò Roma, inutilmente come tanti altri, il personaggio simbolo della città è Alì Pashà Tepelèni, brigante, avventuriero senza scrupoli, mercenario al servizio degli Ottomani e che a Giannina aveva la sua ricca e raffinata capitale, una piccola Costantinopoli che si affacciava su un lago abbellito dallo sfondo dello scenario delle montagne del Pindo. Ai primi dell’Ottocento le imprese di Alì Pashà giungevano nei salotti d’Europa infiammando le fantasie della cultura romantica dell’epoca e l’ispirazione di artisti del calibro di Byron e Dumas.
L’Epiro è molto distante dalla Grecia classica, le sue montagne e i suoi sparuti villaggi sono ben lontani da Delfi o Epidauro eppure questa è una terra di fatali accadimenti. Ci domandiamo che storia sarebbe stata se Pirro avesse sconfitto Roma invece di fermare il suo esercito a Preneste, se Marco Antonio avessero sbaragliato Augusto ad Azio o se Scanderbeg fosse riuscito ad arrestare nei Balcani l’inesorabile avanzata degli Ottomani e dell’Islam. Superato il confine greco, appena entrati in territorio albanese, la sensazione di vivere un viaggio a diverse velocità è netta: le strade si fanno più strette e meno curate, le costruzioni sono spesso lasciate a metà, le greggi più numerose. Il piccolo ponte mobile che attraversa la laguna di Butrinto, azionato da cavi e un grande motore, appartiene a epoche per noi dimenticate e lo ammiriamo stupiti come fosse uno straordinario reperto archeologico.
La costa albanese nei pressi della moderna cittadina di Saranda doveva essere un paradiso prima di venire presa d’assalto dal cemento di un’edilizia brutta e disarmonica, ma appena ci si sposta vero l’interno, sulle montagne e attraverso i boschi, una natura arcadica prende il sopravvento e ci commuove. I corsi d’acqua sono limpidi come mai li abbiamo visti. Il nostro autista è greco, e quindi malfidato in terra straniera, e per questo guida con lenta cautela il suo pullman conferendo così al viaggio un ritmo d’altri tempi. In Grecia la nuova autostrada che unisce Igoumenitza alla frontiera turca è moderna e veloce ma ci nasconde tutto il bello ed è solo qui, in Albania, che afferriamo finalmente la natura dei luoghi.
Vista dalla cima della montagna, ripida e pietrosa, la pianura sottostante dove sorge la cittadina di Girocastro mi appare come una lunga striscia verde e fertile, ma è un’illusione perché giunti finalmente a valle osservo con stupore come tutto sia lasciato incolto. Nessuno coltiva più nulla, sono andati tutti via a cercare fortuna all’estero e i terreni, molto diversamente dagli obiettivi del passato governo comunista che puntava su un paese basato sull’agricoltura e l’autosufficienza, sono quasi tutti abbandonati. Nei cartelli stradali bilingui le scritte in greco annerite dallo spray nero sono la testimonianza di una difficile convivenza tra le due etnie. Prima dell’attuale separazione, nel periodo ottomano, Girocastro e Giannina erano due importanti centri di un’unica regione, abitate indifferentemente da etnie greche e albanesi, da cristiani e musulmani. Poi l’Impero, dopo cinquecento anni di egemonia e controllo è decaduto, e nella regione balcanica sono esplose tragicamente tutte le contraddizioni sociali, economiche e religiose.
A Girocastro, la colta capitale dell’Epiro albanese inerpicata ai piedi di un monte, si coglie ancora tutto il fascino descritto nei libri di Ismail Kadare, il suo grande scrittore candidato più volte al Nobel. Questa città di pietra dai tetti a scaglie di ardesia, le case a più piani dai balconi di legno “alla turca”, le fitte strade lastricate, la possente fortezza dominante, tutto ci riporta al tempo in cui da qui a Istanbul era un unico paese, suggestionati anche dall’improvviso canto di un muezin nell’ora del tramonto. Siamo tra i pochi turisti in visita e ci aggiriamo in un piccolo bazar che offre mercanzie troppo modeste per i nostri gusti smaliziati.
A tutto questo penso dalla terrazza della villa dell’imperatrice, scrutando lungo la costa, in lontananza, le montagne albanesi, con il sottofondo del rombo dei voli charter che sfornano, qui si a Corfù, turisti in continuazione. Solo un braccio di mare e una storia così tanto diversa.