Una storia che comincia diversi anni fa, quella di un bambino che fin da piccolo trascorre le sue vacanze in montagna, dai nonni, tra Visso e Ussita, tra Norcia, Cascia e Camerino. Papà, nonni e bisnonni di Ussita, mentre la mamma, i nonni e tutti i parenti sono nati a Visso, anzi nella frazione montana di Mevale.
Erano gli anni Sessanta, la scuola finiva a giugno e fino ad ottobre la mia vita veniva scandita dall’aria fresca e dal profumo dei monti e delle valli dell’Alto Maceratese.
Partivamo da Roma con la Cinquecento e le valigie sul portapacchi, quattro ore di auto per lasciarsi la città alle spalle ed arrivare nella terra promessa, come diceva mio padre. Si passava per Terni, città grigia immersa nelle sue fabbriche dove sembrava di stare ancora in un quartiere periferico di Roma, una città quasi stonata rispetto alla magia della regione che la ospita. Uscivi da Terni e finalmente prendevi la Valnerina, una strada splendida che seguiva la sinuosità delle valli che attraversava, seguendo il percorso del fiume Nera. La prima tappa, le cascate delle Marmore, un rovescio d’acqua maestoso e candido e l’espressione stupita di noi bambini ogni volta che la ammiravamo.
Il nostro viaggio in Valnerina cominciava da qui, sessanta chilometri nella natura che qui esprimeva il massimo nella varietà di colori e di profumi. Più ti avvicini verso la montagna e più le valli si stringono e le montagne crescono, con il fiume che ti accompagna sempre con il suo fruscio.
Si taglia l’Umbria fino al confine con le Marche, si passa il bivio per Norcia e Cascia, si supera il ponte di Triponzo, un ponticello in muratura qualche centinaio di metri sopra il fondo stretto della valle, le terme naturali con i suoi odori forti e comincia il passaggio nelle gole della Valnerina. La strada che sale, la montagna sempre più alta con le sue rocce a picco sulla strada, in alcuni punti impressionanti tanto da dissuadere gli automobilisti a suonare il clacson. Dieci, forse venti chilometri con il fiato sospeso fino ad arrivare finalmente a Visso, il borgo medievale con le sue rocche, i palazzi antichi e i vicoli stretti curati nei minimi particolari. Scendevi dall’auto e subito assaporavi i nuovi profumi della montagna, le botteghe artigiane, le norcinerie prelibate, l’odore dei comignoli fumanti e l’acqua gelata che usciva dalle fontanelle. Visso, la città dei due fiumi dove sotto i suoi ponticelli si uniscono il fiume Nera e la sua acqua prelibata che scene dalle sorgenti di Castelsantangelo, e il fiume Ussita, che nasce dalle sorgenti della Val di Panico ad Ussita.
Da Visso percorriamo ancora gli ultimi cinque chilometri di strada tra i monti, ai lati gli allevamenti delle trote, il vivaio di abeti, fino ad arrivare ad Ussita. Proprio qui la strada si apre ed offre il paesaggio più incantato, meraviglioso, unico dei Monti Sibillini, dal brullo Vettore al massiccio del monte Bove, quello che i Marchiani chiamano le “Dolomiti del centro Italia”. Si sa, il marchigiano ha un amore viscerale verso la sua terra di origine. Sotto il monte, nelle sue splendide valli, non un solo borgo ma tante piccole frazioni accoglienti per chi ama la montagna, la tranquillità, la buona cucina e gli antichi sapori che oggi facciamo fatica a ritrovare.
Per anni ho trascorso in queste terre tutte le mie vacanze, d’estate e d’inverno. Ho forte il ricordo da bambino della libertà di poter fare tutto quello che si voleva in una natura benigna, tutto quello che in città non era possibile nemmeno immaginare, i boschi, i giochi sul fiume, le passeggiate in montagna con papà, bere l’acqua delle sorgenti con le mani, gli orti, il fuoco del camino, gli animali.
Poi le gite a Camerino, la dotta città universitaria, a Norcia e Cascia, mistica patria del cristianesimo più sano di San Benedetto e Santa Rita, fino a salire a Castelluccio, dove si domina splendida la valle sotto il monte Vettore.
Oggi, a distanza di anni, provo le stesse emozioni e forte è il desiderio di trasferire tutto questo ai miei figli, per raccontare loro quella che è stata la vita e le origini dei loro padri. Una terra bellissima e ospitale che si muove con il tempo rallentato e che ti offre quello che credevi aver perso per sempre, l’equilibrio con la natura, il fresco delle serate estive, il caldo del caminetto, il lavoro dei pastori, diventati ormai rari, la ricotta appena fatta che si prende con il caffè, il passaggio al bar del paese per bere con i tanti amici l’amaro fatto con le erbe della zona.
E poi i miei Cari, sepolti nel cimitero monumentale, un vecchio maniero adibito dopo la guerra a camposanto, sotto il monte Bove, un cucuzzolo che domina la valle. Ora è completamente distrutto, come la maggior parte delle case del paese. Si perché questa è anche una terra di terremoti, io solo ne ricordo almeno quattro o cinque devastanti.
Nel 1979 la casa che fu prima dei nonni e poi di papà che viene giù, distrutta. Tanti sacrifici e infine viene ricostruita. Nel 1997 il grande terremoto di Colfiorito che distrugge la casa dei nonni a Mevale di Visso. Poi L’Aquila, e ancora Amatrice questo 24 agosto, eppure tutto sembrava ancora miracolosamente integro, fino a questo 30 ottobre. Oggi tutto sembra perduto, le parole emozionate di tuo padre quando rivedeva la sua terra, i racconti dei nonni, le novelle che si tramandavano di padre in figlio come la “battaglia del pian perduto”, l’esperienza delle guerre mondiali, il loro lavoro duro ma esaltante sui campi e la transumanza con gli animali verso la riviera toscana.
Questi paesi oggi piangono soprattutto la loro perduta storia, la loro cultura, la loro bellezza. Ma la gente di montagna parla poco, aspetta solo il momento giusto per poter ricominciare. Aspettiamo allora che l’ira di Madre Natura si plachi per tornare a godere della nostra terra, incantata.
(Giancarlo Mattei, Amico di Flumen, innamorato della sua Terra)